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Il primo racconto di Palagonia

Dapprima lavorare di notte mi piaceva. Mi sembrava che al mio già difficile e pericoloso lavoro si aggiungesse quel non so che di misterioso. Anche quando dicevo a mia moglie che avrei fatto un’altra notte mi faceva sentire importante, era come se il fatto di essere potenzialmente in pericolo mi facesse apparire ai suoi occhi come un eroe.

Esco da casa all’una. Fuori c’è un freddo bestiale e piove. Avviandomi verso la macchina mi rendo conto che forse non mi sono vestito adeguatamente per quella serata. Mi fermo, mi guardo intorno come alla ricerca di qualcosa che mi convinca a prendere una decisione in fretta, mi chiedo che fare? Torno a casa a cambiarmi, oppure no? Sarà la pigrizia o forse perché non voglio rischiare di svegliare mia moglie, così decido di rimanere vestito come sono. Appena entro in auto penso istintivamente a come sarebbe bello essere sotto le coperte al caldo, ed invece mi trovo ancora una volta a prendere freddo per cercare di assicurare un altro cornutazzo alla giustizia. Cazzo, ma perché non ci andiamo di giorno, mi chiedo sempre! L’Ispettore dice che di notte li sorprendi nel sonno ed hanno più difficoltà a scappare; che di notte vogliono stare con l’amante o con la moglie; che di notte dormono per andare a fare danno di giorno; che di notte è più facile trovarli in quanto non sanno che abbiamo scoperto il loro nuovo covo e poi, conclude l’Ispettore, anche loro devono dormire no?! Mentre cammino mi rendo conto che la città con il buio è più bella ed ha un certo fascino dovuto a quelle luci gialle riflesse da potenti lucernari che esaltano i contorni ed i particolari degli edifici dando quasi l’impressione con quell’alternarsi di luci ed ombre di modificarne la struttura. Un’improvvisa folata di vento fa tremare l’auto, un brivido di freddo mi scandaglia da capo a piedi, mentre le luci spente degli appartamenti mi riportano prepotentemente a casa mia ed al mio bel letto caldo e…intanto sono fermo al semaforo di una città deserta. Senza nemmeno rendermene conto mi ritrovo in Questura. L’unica cosa positiva di andare a lavorare la notte è che trovi il posteggio proprio davanti l’Ufficio e non devi impazzire in mille girotondi intorno ai palazzi per elemosinare un posto, magari di traverso sul marciapiede e con il rischio di prendere una multa e rovinarti così la giornata. Il piantone mi saluta sbadatamente per non staccare gli occhi dal film drammatico che sta guardando in TV. Vicino la sua squallida stanzetta si intravede una stufa elettrica, la solita branda sgangherata che rappresenterà il suo giaciglio tra le 04.00 e le 06.00, il momento peggiore, quello in cui gli occhi non li tieni aperti nemmeno se metti la colla sulle palpebre. Beato lui, penso, anche se scomodo per lo meno riposa e sta al caldo, noi invece chissà in quale schifoso appartamento ci ritroveremo a quell’ora per arrestare il nostro uomo e senza nemmeno essere certi di tornare a casa sulle nostre gambe. In Ufficio arrivano alla chetichella. Orazio sonnecchia sulla sedia girevole che non ne vuole sapere di starsene ferma sotto quei cento chili. Lui nervosamente punta i piedi sotto il tavolo per bloccarla, ogni tanto socchiude gli occhi per controllare quello che succede attorno a lui e poi…di nuovo a puntare i piedi. L’Ispettore ha già preparato le cesoie che di solito utilizziamo per tagliare i lucchetti e la mazza per abbattere le porte. Quasi meccanicamente parla con noi ricordandoci che il nostro uomo è pericoloso e potrebbe essere armato. Ciccio svogliatamente mentre si stiracchia e sbadiglia gli risponde: mischia … ma sempre le stesse cose dici! Lo sappiamo che sono tutti pericolosi ed armati, che ce lo ripeti a fare ogni volta ah! L’Ispettore sbotta e non risponde mentre si lamenta che i soliti tre non sono mai puntuali e ancora non arrivano. Nel frattempo ad alta voce dispone come gli uomini devono suddividersi dentro le macchine. Improvvisamente si materializzano i tre ritardatari, solita scusa per Matteo il quale, con la sua consueta faccia da stralunato e i capelli arruffati ripete la consueta e classica menzogna: “la macchina non partiva”. Mario e Sergio hanno la dignità di non dire nulla; uno fa un cenno di saluto con il capo, l’altro si strofina in maniera eccessiva le mani e dice: minchia che friddu. Alle 02.15 siamo tutti operativi e divisi in due macchine. Il nostro uomo si dovrebbe trovare nascosto nella casa di un lontano parente a circa trenta km fuori città. Ci fermiamo al bar della stazione che è decisamente squallido ma l’unico aperto a quell’ora. All’interno gli avventori sono gli stessi che a quell’ora della notte si possono trovare in ogni città del mondo. Puttane, papponi, spazzini, comitive chiassose all’uscita di qualche discoteca, autisti d’autobus, tassisti e…non potevano mancare i poliziotti. Al nostro ingresso, anche se in borghese tutti ci riconoscono e fanno finta di nulla, ma sotto sotto: i sbirri ci su. Mentre mangio un cornetto con la crema ancora eccessivamente calda osservo fuori. La spazzatura ammonticchiata in attesa del camion che viene a raccoglierla mi fa sembrare ancora più squallido quel luogo dove mi ritrovo mio malgrado a condividere con tutti quegli estranei il conforto di un caffè e un po’ di calore. Tra un sorso e l’altro lancio uno sguardo in giro per avere la situazione sotto controllo, anche perché due degli avventori sono pregiudicati e si accompagnano con una donna vestita in maniera eccentrica. Proprio in quel momento l’Ispettore fa cenno di andare via perché si è fatto tardi. Appena fuori, l’odore ed il calore svaniscono ed il vento gelido è come se ci schiaffeggiasse. Riprendiamo la nostra marcia in macchina, la periferia anonima fa sembrare tutto ancora più cupo e mi fa un pò paura, mi chiedo perché. Guido la macchina convinto di avere tutto sotto controllo ma improvvisamente mi accorgo di non essermi reso conto di quanta strada ho già percorso, mi viene il dubbio di essere in uno stato di dormiveglia, quella strana sensazione di incoscienza che precede il sonno. Mi arrabbio con me stesso e mi chiedo com’è possibile che ho rischiato di ammazzare tutti senza rendermene conto. Mi muovo in maniera scomposta sul sedile quasi a voler trovare una posizione migliore di guida ma so benissimo che è una tecnica per nascondere il disagio con me stesso e con i colleghi con i quali non voglio fare brutta figura. Porca miseria, ho 34 anni, mi chiedo cosa ci sarebbe di strano nell’ammettere coraggiosamente e dire che io la notte non la reggo, che sono stanco per averne fatte troppe o semplicemente dire che il mio metabolismo non regge questo stress. Mi caccerebbero via dall’Ufficio mi domando, o forse no. Chissà! La notte è diventata improvvisamente mia nemica, chi lo avrebbe mai detto? Se qualcuno me lo avesse raccontato non avrei mai creduto che un giorno mi sarei creato tutte quelle angosce che precedono il momento di dover andare a lavorare e cioè: tensione, battito cardiaco accelerato, diarrea, ansia. Cazzo, non ho problemi ad affrontare 5 rapinatori da solo, non ho paura di niente, ho fatto tantissimi interventi a rischio della vita, eppure ho scoperto in me un lato debole. Faccio mille e più analisi introspettive per capire da dove nasce quel disagio e non ho una risposta che mi soddisfi. Cerco di darmi un contegno davanti a me stesso ed ai colleghi per nascondere quello stato; rido, scherzo, racconto barzellette ma dentro sto proprio male. Alle 03.30 arriviamo nei pressi della casa: è buio fitto e manca l’illuminazione sulla strada, cominciamo bene dico tra me e me. Tre di noi si mettono agli angoli della casa facendo luce con i fari della macchina in modo da controllare se qualcuno tenta di scappare o getta qualcosa dalle finestre, mentre gli altri 5 procedono a fare l’irruzione. Ad un certo punto, Marco grida qualcosa tra il siciliano e l’italiano ma alle mie orecchie giunge solo la frase: stà scappannu, sta scappannu. Tutti ci precipitiamo verso il retro della casa, mi trovo improvvisamente a correre insieme agli altri verso il nulla, buio totale, corro e non so verso dove né cosa. Corro insieme a tutti idealizzando una probabile direzione di fuga e nel frattempo sento gridare l’Ispettore: portate i fari, portate i fari. Intanto corro, inciampo, il terreno è sconnesso e mi prendo una storta, impreco, cado due volte, mi rialzo, impreco corro… corro senza nemmeno sapere se davanti a me c’è un fosso, un pericolo qualsiasi che da lì a poco può cambiare la mia vita. Ad un certo punto mi fermo, cerco di cogliere qualche rumore, qualsiasi cosa che mi faccia capire o percepire se quell’uomo possa essere accanto a me, dietro o davanti a me, sono disorientato. Mi rendo conto di avere le scarpe zuppe, capisco improvvisamente che ho corso in mezzo al fango e questo mi aveva appesantito i movimenti. Sposto alcuni rovi che si sono attaccati ai miei pantaloni … mi pungo. Nel frattempo mi tocco il viso che mi brucia a causa di quello che io penso di identificare in un ramo che mi ha graffiato diagonalmente il volto da una parte all’altra. Chiamo gli altri, per cercare conforto e capire se sono rimasto solo ed isolato, e intanto mi chiedo che cosa ci faccio lì in mezzo al nulla. Ci chiamiamo tutti per nome e mi rendo conto che i colleghi si trovano a distanza di circa 30 metri tutti intorno a me, ma di loro non vedo nemmeno la sagoma, solo la loro voce che mi da un attimo di incoraggiamento. Improvvisamente ho la sensazione di sentirmi seriamente in pericolo perché so che quell’uomo potrebbe essere accanto a me e colpirmi con qualcosa. Questo pensiero mi fa istintivamente ritrarre le braccia che tenevo tese con la pistola in mano, avvicinandole al corpo e...intanto ascolto. Sento il mio respiro appesantito, mi viene improvvisamente da tossire, mi trattengo, mi sento soffocare. Penso a quell’uomo che è scappato, sappiamo tutti che è un pericoloso malvivente, provo un senso di rabbia e mi sento in trappola perché so che in questo momento potrebbe spararmi ed io, oltre a non avere un riparo, non so nemmeno da quale parte rivolgere lo sguardo perché non vedo nulla. Mentre l’adrenalina scandaglia la mia mente e un turbinio di pensieri mi assale, sento improvvisamente gridare qualcuno che dice di tornare indietro. Mi giro intorno e cerco un riferimento per orientarmi, per trovare la strada di ritorno verso l’abitazione. Una luce fioca a distanza di circa cento metri mi dice qual è la direzione da seguire. Mi chiedo come ho fatto a correre imprudentemente per tutto quel pezzo di strada senza nessun riferimento. Contrariamente a prima ora cammino lentamente, tastando con il piede il terreno per capire cosa ci sia davanti a me. Cammino curvo e con la mano protesa in avanti muovendola da destra verso sinistra in modo da percepire e toccare anticipatamente un probabile pericolo. Cieco, mi sento un cieco in mezzo alla strada, alla mercé di tutte le insidie ed i pericoli del mondo. Qualcuno mi chiama da lontano ed io rispondo con un…sono qui! Seguendo la mia voce, Peppino, arriva vicino a me illuminandomi il cammino con il faro. I passi di entrambi sono appesantiti sempre più dal fango che ormai si era come avvinghiato alle nostre scarpe. Quando arriviamo vedo un collega con due pistole in mano che aveva trovato dentro l’abitazione del latitante. Sento via radio le voci concitate di altre pattuglie chiamate in aiuto. Dopo nemmeno mezz’ora, in quel luogo sperduto, si sono riunite circa 7 auto tra volanti e pattuglie della Squadra Mobile. Giriamo in lungo ed in largo per le strade adiacenti senza concludere nulla, assolutamente nulla, l’uomo è introvabile. Alle 06.00 comincia ad albeggiare e quel buio fittissimo finalmente mi fa prendere confidenza con quel luogo a me ostile e sconosciuto. Osservo quel campo che mi sta davanti e mi chiedo che cosa ci facevo lì in mezzo fino ad un’ora prima. Un’attenta osservazione mi fa prendere coscienza di quanti pericoli avevamo corso tutti. Quel luogo era una specie di discarica ove si trovavano le cose più insolite. Ancora una volta mi rendo conto di quanto si deve essere pazzi a fare un mestiere come il mio. Eravamo tutti sporchi, stanchi, incazzati, scontenti ed infreddoliti. Ritorniamo mestamente verso l’Ufficio; lungo il tragitto nessuno di noi ha voglia di parlare ed ognuno rimane solo con i propri pensieri, mille pensieri che sicuramente ci accomunano tutti inconsapevolmente. I miei ricordi vanno casualmente e velocemente indietro nel tempo, quel tempo in cui giocavo dentro casa a nascondino con i miei cugini e piangevo quando spegnevano le luci per nascondersi. Piangevo e potevo raccontarlo a mia madre senza vergogne né pudori, libero di sfogarmi senza doverlo tacere a nessuno. Improvvisamente torno alla realtà, penso alla prossima notte e vorrei che non arrivasse mai. Purtroppo so che verrà e… per un lungo istante ho di nuovo paura.

Commenti   

 
#1 RE: Il primo racconto di Palagoniasalvatore 2014-11-21 20:45
Ogni qualvolta leggo questo racconto non so il perchè ma, la fantasia e l'immaginazione si mettono in moto e come se vivessi questi fatti, momento per momento, io sono li mentre inciampi, mentre ti mangi il cornetto al bar, mentre fai finta di star bene con i colleghi. E' tutto strano. Ma questo è quello che succede a me quanto leggo il primo racconto di Palagonia. Un abbraccio.
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